odio gli indifferenti. credo che vivere voglia dire essere partigiani.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Chi sono

Utente: pelotta
guardare crescere mia sorella, che ha quattordici anni e mi commuove, il cinema francese, jules et jim, la sacher con la panna nella piazza di testaccio, l'odore del giornale la mattina presto, i pelotti nella pubblicità del 1288, il sorriso di un uomo che mi ha svegliato per anni ( e ora non più), la filosofia del linguaggio ( che le parole sono importanti ), i miei occhiali nuovi che mi fanno molto monica vitti, in the mood for love e dolls e la loro violenta verità ,ma anche i film dell'orrore, il lago di martignano in ogni stagione con ogni colore, la solitudine (che da soli è tutto più chiaro), guidare per schiarirmi le idee, usare parole che nessuno usa più, parlare di politica, fare politica, capire di politica, gli abbracci delle mie amiche ( che l'affetto delle donne l'ho riscoperto da poco. e mi piace),parlare di sesso con loro.bere vino e mangiare formaggi. amo leggere pasolini e anche vederlo, i disegni di mattotti, puffo quattrocchi, i film di miyazaki, i koala,il pleid sul mio divano vecchio di trent'anni, la libreria rossa con i libri ordinati per tema,maniacalmente, il mito di orfeo ed euridice, i film coreani, poter dire "sono comunista, mi sento comunista", ma dirlo a me,che solo questo importa, i carillon ( quelli antichi soprattutto), i mille orecchini colorati nella mia camera colorata, la locandina di dolls dietro al mio letto. amo la mia mancanza di diplomazia (o no?),le emozioni che, mio malgrado, mi si incidono in faccia, l'oroscopo di brezsny il venerdì mattina, i comizi quando sono ubriaca e il mondo mi è avulso, il sushi, ma anche la pizza, e cucinare, quello sì.quello proprio. amo dormire senza un filo di luce che filtri dall'esterno, i maglioni a collo alto ( che mi sento un modigliani un pò vestito), i concerti con-l'amico-dei-concerti, il cinema con-l'amico-del-cinema, ma il cinema anche da sola, de andrè prima di addormentarmi, battiato appena sveglia. amo il natale e la mia famiglia affettuosa, parlare per ore per cercare il senso, le bolle di sapone, la mia pentax manuale, la mia nikon iperdigitale, moretti, von trier e tutti gli scandinavi, la mia due cavalli grigia, borges, barthes e i suoi frammenti di un discorso amoroso, la passione e il contegno ( quello solo quando serve ), la nivea Q10 ( che quasi ci credo che mi rassoda). amo scoprire, piangere da sola, i tulipani, tutti i miei libri, il colore verde bosco e l'arancione, i miei lunghi capelli, manifestare per la palestina, jim jarmush, il vento in faccia, la sensazione dell'emicrania che finalmente passa. ma soprattutto amo essere compresa. odio constatare che non succede quasi mai. ah!odio le donne nevrotizzate neofemministe dei miei coglioni e l'ignoranza, sì, l'ignoranza la odio proprio.

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20/06/2008

things we lost in the fire.

va bene. ne scrivo. sabato scorso ho visto 'noi due sconosciuti', pessima traduzione di things we lost in the fire, il che come spesso accade (vedi i film di gondry) inficia la prima percezione della visione. il film è di susanne bier, danese, scuola dogmatica di von trier (open hearts) e ottima regista di ottimi film, uno per tutti: non desiderare la donna d'altri (la traduzione, anche lì, corrotta dalla morale cattolica de noantri, il titolo originale è 'brothers').


il film segna il trasferimento di bier negli studios hollywoodiani. la domanda è: perchè? la bier con la sua macchina sconnessa, realista, naturalista è riuscita a far convivere la crudezza del reale e un profondo lavoro all'interno dell'emotività del personaggi.ha lasciato convivere problemi di ordine etico e politico con la poesia di un discorso non fatto,dunque evocativo.


la ritroviamo alle prese con una sceneggiatura scolastica, che non regge la prova e non esplica nessun personaggio. e il mistero non è un espediente stilistico. è solo un errore di forma. resta del film la strordinaria interpretazione di benicio del toro nei panni di un eroinomane intimista. ma già dalla locandina, in cui campeggiano una bellissima ma monoespressiva halle berry e il suddetto del tori, dovevasi capire che il film è passato come un'epopea della ricerca dopo una perdita ,ma in raltà è solo una storiella d'amore che per un non ben compreso pudore non fiorisce neppure.


stop.

postato da: pelotta alle ore 20/06/2008 12:13 | link | commenti (1)
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declinazioni d'amore di ritorno da milano.

qualche giorno che non scrivo. penso leggo, vivo e  ho poco tempo per fermarmi e dare forma al magma. spinta da contraddizioni e forze contrarie a se stesse. e poi in mezzo milano,il suo grigiore, il sole, i malumori e i sorrisi.


e un lavoro che finisce, e porte che si cercano di aprire, a spallate se occorre.


l'amica v. lasciata sola due giorni mi dice al mio ritorno: che ce posso fa'? io so innamorata. e in questa frase semplice c'è tutta l'armonica rassegnazione dell'amor vincit omnia. ma proprio omnia, anche il dolore. el lì, all'autoevidenza non c'è più niente da dire, se non:amica v.,se ti serve sono qui.


e poi , quando esco da casa sua pensando al sorriso nuovo sul suo volto, sorriso che non c'era due giorno prima, penso che tanti cavilli forse non servono, penso all'unica frase che mi ha colpito del (brutto) film che ho visto sabato sera al cinema: prendi quello che c'è di buono. ecco,se sarà capace di prendere ciò che c'è di buono, sopravviverà a questo amore. e forse, se amore è, e amore si nasconde e si declina in modo bizzarro, più facilmente nascerà dalla pazienza.


vedo l'amica m. lo stesso giorno, parliamo di cinema , di 'mondi', di progetti,delle sorti magnifiche e progressive di noi che piegare-la-testa-mai, di noi che fare-ciò-che-ci-piace-è-più-importante, di noi tutte ideali e voglia di fare. poi il formaggio scende e con lui una gigante birra e facilmente il discorso vira a 90 gradi verso di lui: il maschio. quattro anni dedicati a lui, che la ama, senza meno. lui che ha una compagna e una figlia di due anni. una figlia nel frattempo. e lei, che nel frattempo è tanti tentativi di emancipazione allontanamenti falliti, rigurgiti di indipendenza trascinati in viaggi che sono solo fughe, avventure mai.


e allora dici che , amica m, il problema, appunto, non è lui. che: delle due l'una: o è l'ennesimo ritrovato di smidollato senza palle o è ulteriore rappresentante della matura capacità di amare due donne contemporaneamente. il problema non è lui. il problema èl'amica m. che se non chiede più,forse, questo rapporto, in fondo in fondo non lo vuole. o meglio, forse questo rapporto la accontenta in questa forma ibrida, ma profonda. l'unica forma che, in fondo ,le da la certezza di essere amata come unica, da questo uomo forse idealizzato, forse mai scoperto del tutto.


e poi ci sono io, e di me e dei giorni appena trascorsi non riesco ancora a dire molto. solo: paura ( scampata), frustrazione da linguaggio castrato, voglia di carezze rifiutate. e un pensiero, o forse due. che le cose importanti si perdono in silenzio. che per le cose importanti ci si dona senza raziocinio.

postato da: pelotta alle ore 20/06/2008 11:15 | link | commenti
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13/06/2008

inalazioni tossiche.

oggi tento un collage. perchè ieri ero troppo scossa.


due giorni fa a mineo, provincia di catania muoiono sei operai per inalazioni tossiche, muoiono abbracciati,nel disperato tentativo di aiutarsi l'un l'altro. o forse muoiono abbracciati solo perchè hanno capito che stanno morendo, e magari stringere un braccio allevia lo strazio della consapevolezza. questo è retorico e patetico potrebbe dirsi. forse, ma l'immagine di sei uomini abbracciati in una cisterna profonda cinque metri e strbordante di liquami del depuratore consortile mi da i brividi da ore. i sei operai erano privi di mascherini che avrebbero potuto salvarli.


il giorno della strage berlusconi richiama all'ordine il ministro del welfare sacconi, e gli dice: vai lì.


il giorno dopo epifani dichiara che sulle sanzioni "è impossibile tornare indietro, che la volontà di cambiare le norme in materia di sanzioni è un errore profondo". lo stesso giorno sacconi dichiara relativamente alla legge Damiano sulla sicurezza: " non esiste l'equazione 'tanti adempimenti formali, uguale sicurezza' . anzi. oltre un certo limite penso che più adempimenti formali possano produrre monor sicurezza sostanziale". che in soldoni significa che seguiranno con vigore l'intenzione se non di depenalizzare quantomeno di essere 'legislativamente indulgenti' verso i nuovi padroni.


(segnalo che nel giorno di questa ennesima strage oltre ai sei di Mineo sono morti altri 3 operai, segnalo che tre minuti fa l'Ansa dava notizia di altri tre morti sul lavoro in quel della ricca e ridente Milano, caduti da un'impalcatura, tutti stranieri )

oggi il corsera sposta la notizia sul Lavoro Sporco in 19esima pagina: storie di vita, foto commoventi dei giovani ragazzi con le rispettive fidanzate, e un piccolo articolino sì titolato: LA CGIL: ANCHE I LAVORATORI DEVONO RISPETTARE LE REGOLE.


da cui estraggo: in azione senza mascherine. "è il momento di dire una verità scomoda, il nemico dei dipendenti è la routine, per rendere davvero sicuro il lavoro occorre sempre allerta e vigilanza in ogni singolo operatore, in ogni operaio, in ogni tecnico, senza aspettare i controlli che magari poi non arrivano".


queste brevi righe collegate tra loro, danno la misura dello iato che c'è tra il comune sentire che dovrebbe diffondersi nell'opinione pubblica e l'immanenza del dato di realtà.  l'agenda del fare politico è intrisa della parola sicurezza, le interviste, le opinioni e gli editoriali strabordano della parola sicurezza. continuiamo a spaventare e paventare lo spettro rumeno, albanese, rom, sinti, lasciamo sindaci esaltati ripulire le nostre strade da elemosinanti e barboni, lasciamo che i tutori della legge liberino i nostri intasati semafori da indiani e cingalesi che insistono per pulirci il parabrezza ( e siamo sempre lì, togliere la nebbia dai nostri vetri , metafora della possibilità di vedere, della effettività di non farlo). la crociata della sicurezza spinge la ricca Lombardia, Pd lombardo in prima linea, a sostenere un tetto per i bambini immigrati nelle classi. " per il pd lombardo la presenza dei bambini stranieri nelle scuole deve toccare un tetto massimo del 20 percento) altrimenti NON E' POSSIBILE GARANTIRE PERCORSI AUTENTICI DI INTEGRAZIONE SCOLASTICA.


Mi si legano in testa tutte queste parole in un turbine che non mi da pace. passa in secondo piano per me la visita di bush a roma e la presunzione della proposta berlusconiana del 5più1 manco fosse il superenalotto, passa in terzo piano la zozzeria del ddl sulle intercettazioni che suiciderà la dignità prima ancora che la libertà di parola. passa in quarto piano il dibattito tutto interno alla sinistra ancora-detta-radicale che ha visto ieri il ritorno del Fausto a spiegarsi e spiegarci perchè abbiamo perso e a segnalarci come se non ce ne fossimo accorti-povera coscienza mia- che viviamo uno stato di moderato regime. passa all'ultimo piano lo scandalo sanità, i nostri moderni ippocrate che speculano sulla carne della gente.


mi si legano perchè sono settimane che non POSSO pensare ad altro che alla dignità del lavoro. e non importa in quale forma sia declinato questo lavoro, conta relativamente poco che si parli di operai o camerieri, musicisti o aspiranti giornalisti, commesse o autori televisivi. quello che manca nel paese della monnezza mai smaltita è la coscienza del proprio fare, quello che manca è una egemonia di pensiero, radicale diffusa e figlia dell'orgoglio di rivendicare diritti e tutele. invece questo paese ci tiene sotto scacco e prima del paese, unità indistinta, calderone di stato, leggi, governanti , popolino  e popoletto è in ognuno di noi che la coscienza tende a derogare al ricatto. ricatto sì, e non è il veterodiscorso di una giovane ideologica che si diverte a separe il mondo in dicotomie da buoni-cattivi, vittime- carnefici, schiavi-padroni. è il ricatto di chi non ha paura e non si vergogna di parlare ancora di un'oggettiva mancanza di coscienza di classe. e badate, non è veteroproletaria la parola, è suicidio fingere di non vedere. e non vedere significa ignorare che la lotta di classe ha 'solo' modificato i prorpi paradigmi ma si ripropone con una crudeltà maggiore di 40 annifa, secondo me, perchè impone attravrso il ricatto, il mancato e necessario solidarismo tra omologhi e impone un silenzio indotto dalla necessità dell'agognato stipendio.


vorrei parlare di me. ma in raltà sto parlando di me,sembra presuntuoso e fuori contesto avendo inizato a srivere parlando di sei operai morti per inalazione di sostanze tossiche. invece no. me la prendo questa presunzione. me la prendo con la piena coscienza di essere una donna fortunata. una donna che ha una famiglia alle spalle, che sebbene mi sostenga in maniera maldestra, distratta, talvolta inadeguata emotivamente è lì. e vale come un totem, perchè posso appoggiarmi, anche se ad un padre e ad una madre figli del boom, è impossibile spiegare la frustrazione di non riuscire mai a dare forma alle proprie ambizioni. sono fortunata ma ho la gastrite. e ho la gastrite perchè le mie ambizioni e i miei desideri non riescono a trovare una collocazione. è il destino degli stagisti si potrebbe ironizzare. invece no. è molto più di questo. non è uccidere la determinazione delle persone, ovvero l'intenzione di tirarla fuori questa determinazione, nella filosofia meritocratica che ci sovrasta, è uccidere il sogno di poter 'fare' qualcosa che amiamo, qualcosa che ci piace. qualcosa che fa ermopere da noi un contributo reale nei confronti della società. invece no. invece quando mi chiedono : che lavoro fai? io rispondo con orgolgio che faccio la cameriera in una vineria e faccio lezioni di latino. perchè lavoro è quello pagato. è quello che ti da da vivere. e se poi hanno la sensibilità di chiedermi: cosa ti paicerebbbe fare? io rispondo che vorrei raccontare storie, scriverle, girarle, 'redazionare' di politica, fosse pure politichetta. questo vorrei fare. e non si può. nonostante passi otto ore al giorno in una redazione so che non verrò pagata per questo, dunque questo non è il mio lavoro. è un sillogismo.


tutto questo non uccide la voglia di fare. uccide i sogni. perchè arriva un momento in cui l'epifania della realtà deve vincere sull'imperativo categorico dei propri sogni. arriva un momento che non ce la fai,non ce la faia a inseguire chimere. non ce la fai a perdere il sonno, non ce la fai a sperare e fallire. non ce la fai a pensare di POTER-FARE. e ritrovarti come imprigionata in una camicia di forza.


è la spoon river del lavoro. decine di operai che muoiono ogni giorno. decine di ragazzi che perdono speranza. sono morti diverse. sono morti lo stesso.

postato da: pelotta alle ore 13/06/2008 12:55 | link | commenti
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11/06/2008

vortice.

sono giorni che rifletto sui rapporti tra le persone che ho intorno. credo sia un modo per riflettere primariamente su me stessa, a partire da me stessa per vedere, svelato, ciò che ho intorno. ho un'amica che non sa rinunciare ad un uomo che la snatura e la fa soffrire, ho un'amica sola che sublima la sua voglia di costruire con il cibo, il vino, l'ossessione amicale ed inutili invaghimenti, ho (avevo) un amico confuso vittima delle sue follie virtuali che finalmente pare aver provato un'emozione, ho un amico fidanzato da tempo con una giovane ragazza che visibilmente non ama e che tiene accanto come ombra e zavorra, ho un amico che ha avuto poco coraggio, ha lasciato scivolare un amore, e ora forse per suggestione ma forse ancora più per confusione, ne sta vivendo un altro. o un surrogato di esso, chissà.


e poi ci sono io.


c'è avere dentro un mondo e trovarsi di nuovo condannati a non riuscire ad esprimerlo. c'è un sentimento grande, più ancora che grande, radicato. e questo fa più male se non c'è compresione. c'è questo amore radicato e poi ci sono le 'regole' di buon comportamento,, c'è il lento inesorabile suicidio della spontaneità, c'è una scientifica costruzione di ogni comportamento che non nuoccia all'ordine 'ri' stabilito. non puoi sgarrare, non è concesso lasciarsi andare, non ci si può abbandonare a se stessi. occorre ratio. occorre ri-frequentarci. occorre andare piano. occorre non ferirsi se non ci sei, occorre non pretendere, e occorre anche non volere. occorre che io non inciampi nei tuoi spazi e nei tuoi tempi e occorre lasciare i miei da parte, occorre combattere contro la sensazione di sentirsi sbagliata sempre con te, occorre non avere voglia di dirti che averti accanto è bello, occorre fare finta che non sia faticoso, occorre non fare domande, non chiedere, e neppure supporre. occorre rispettare e di nuovo farsi da parte. occorre combattere. ma sempre da sola.


occorre, evidentemente sentirsi dire: fai sempre le stesse cazzate , sei sempre uguale a te stessa-


solo perchè hai avuto necessità di esprimere il tuo spazio di libertà,palesando un piccolo dolore, una piccola mancanza, un piccolo violento scossone, che solo un bacio maldestro, nella sua piccolezza può dare.


e allora ti dici che no. ti dici ci risiamo, non mi vede, non mi legge.  è un alfabeto diverso. sono qui con le mie parole, il mio tormento e il mio tesoro, e talvolta, io e loro, le parole, perdiamo il senso della misura, a forza di rincorrerlo. ma sono io, mi limo e affilo, ma sono io. sono io con le mie tensioni notturne, con il mio rum in corpo ad amplificare stati d'animo. sono io mentre cerco di esprimere la  calma della trasparenza e mi ritrovo di nuovo, mio malgrado, imprigionata a una me stessa che non esiste.


perchè con me, l'ho capito ormai, è più facile combattere che prendermi per mano.


 

postato da: pelotta alle ore 11/06/2008 14:33 | link | commenti
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10/06/2008

edipo va a morire in terra straniera. (e poi le amenità.)

" Straniero in terra straniera, Edipo si reca dunque verso un luogo di clandestinità. Sorta di Immigrato clandestino, resterà celato nella morte"


"La legge dell’ospitalità, la legge formale sottesa al concetto generale di ospitalità, appare come una legge paradossale, snaturabile o snaturante. Sembra suggerire che l’ospitalità assoluta rompe con la legge dell’ospitalità come diritto o dovere, con il ‘patto’ d’ospitalità. In altre parole, l’ospitalità assoluta esige che io apra la mia dimora e che la offra non soltanto allo straniero (provvisto di un cognome, di uno statuto sociale di straniero eccetera), ma all’altro assoluto, sconosciuto, anonimo, e che gli dia luogo, che lo lasci venire, che lo lasci arrivare e aver luogo nel luogo che gli offro, senza chiedergli né reciprocità (l’entrata in un patto) e neppure il suo nome. La legge dell’ospitalità assoluta impone di rompere con l’ospitalità di diritto, con la legge o la giustizia come diritto. L’ospitalità giusta rompe con l’ospitalità di diritto; non che la condanni o vi si opponga, può anzi metterla e tenerla in un moto incessante di progresso; ma è tanto stranamente diversa dall’altra, quanto la giustizia è diversa dal diritto al quale tuttavia è così vicina, e in verità inscindibile"


"Ci braccherà senza posa questo dilemma tra, da un lato, l’ospitalità incondizionata che va al di là del diritto, del dovere o addirittura della politica, dall’altro, l’ospitalità circoscritta dal diritto e dal dovere. L’una può sempre corrompere l’altra, e questa possibilità di snaturamento è irriducibile. E deve restarlo. […] Ci troveremo sempre a dibatterci tra queste due accezioni del concetto di ospitalità nonché di linguaggio. Torneremo anche sui due regimi d’una legge dell’ospitalità: l’incondizionata o l’iperbolica da una parte, e la condizionata e la giuridico-politica, cioè l’etica dall’altra parte – l’etica in realtà si trova a metà tra le due, a seconda che si occupi di regolamentare il rispetto e il dono assoluti, oppure lo scambio, la proporzione, la norma eccetera"


jacques Derrida. Sull'Ospitalità.



dodicenni devastano scuole. e per il paese il problema sicurezza sono gli immigrati.


chirurghi e medici stimatissimi, nella ricca milano, truffano e uccidono pazienti inconsapevoli per guadagnare i soldi dei rimborsi statali. e per il paese il probema sicurezza sono gli immigrati. e il ministro della giustizia berlusconi (ops, alfano) legifererà per vietare le intercettazioni.


nel pd è guerra intestina, tra cattolici, prodiani, veltroniani, dalemiani e chi più ne ha più ne (e)metta. ma per loro (pd) il problema sono gli immigrati, tant'è che il pd romano si è premurato di tappezzare la città di manifesti con su scritto: ROMA VUOLE SICUREZZA. PD.


questo è il paese, ma tanto oggi c'è da parlare della disfatta dell'italia di donadoni, delle sue scelte schizofreniche, di del piero in panchina, del primo gol in netto fuorigioco che sicuramente ha influito sull'umore della squadra, dell'italico orgoglio del capitan Buffon che si scusa prima ancora di farsi la doccia non con i tifosi, ma con gli italiani, promettendo che recupereremo l'orgoglio perduto (a noi!).


è così. ma  "mi fa male, vedere un uomo come un animale.."


e poi c'è che è estate.e io sorrido. c'è tenersi per mano. e non c'è niente da aggiungere.


 

postato da: pelotta alle ore 10/06/2008 12:21 | link | commenti (1)
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sul Divo. che non mi è piaciuto.

non ho scritto de Il Divo finora, perchè tutte le persone con cui ho tentato di parlare delle mie impressioni sul film mi hanno accusato di essere un bastian contrario. non che io non lo sia, o meglio lo sia stata, ma questo film prorpio non mi è piaciuto. anzi, di più, questo film mi ha indispettito ferocemente.


poi ieri distrattamente leggevo La Repubblica, e ti trovo un articolo di Mario Pirani dal titolo " perchè non mi piace il film su Andreotti", e dentro di me un barlume di gioia, perchè finalmente qualcuno ha voglia e coraggio di dire qualcosa di politicamente scorretto e soprattutto qualcosa di fortemente impopolare.


vive la libertà di critica. scrive pirani:


"ho trovato storicamente e politicamente deviante il film di Sorrentino su Andreotti, Il Divo, malgrado il grande successo in Italia e a Cannes.... Inoltre ho una certa idiosincrasia per il genere grottesco ma in questo caso il grottesco ha un evidente risvolto politico......  "Quanto Male bisogna commettere per fare il Bene" una frase che il vero Andreotti non avrebbe mai detto, ma che negli spettatori conferma la coincidenza del personaggio con tutti i misteri e i delitti d'Italia, declinata nella falsa intervista di Scalfari..." e via discorrendo...


mi sono detta per giorni come premessa che contenutisticamente il film fosse inaccettabile pur sostenendo il valore del virtuosismo delle immagini. In realtà dopo ulteriori analisi, devo dire che mai come in questo film la forma è sostanza. il grottesco degenera e deforma la realtà. mi chiedo: si può applicare un registro così deformante ad una personalità così controversa e dai lati ancora così segreti e profondamente ambigui come andreotti? no, secondo me. è giusto, ma più ancora , ha senso tentare di umanizzare l'uomo andreotti attraverso una scena patetica come quella in cui abbraccia la moglie livia ascoltando i migliori anni della nostra vita cantata da renato zero? andreotti sorcino, fantastico.


dopodichè, toni servillo è straordinariamente calato nella parte, meravigliosa musa di sorrentino. ma non posso accettare le distorsioni storiche del film, le forzature, la comicità che ne deriva. non posso e non voglio accettare le immagini vere di rosaria schifani, una delle vedove di capaci , giustapposte a un somigliantissimo sbardella sudaticcio piuttosto che a cirino pomicino che balla maracaibo. non ne vedo il senso. Il Divo, d'altronde è un film politico, non potrebbe essere altro avendo come protagonsita andreotti, ma è un film di un regista che non ha coraggio. perchè non solo non ha avuto coraggio di prendere una vera posizione figlia di un'idea sul politico andreotti, ma , di più, è figlio dell'ignavia. che fa odorare per tutto il film un' inequivocabile responsabilità del Nostro in ogni immagine di strage o omicidio mostrata ( capaci, calvi, pecorelli, moro), che lo fa passeggiare simbolicamente tra le tombe di cui ha (avrebbe) responsabilità, ma poi gli concede un monologo autoassolutorio. il trionfo di Male elaborato per un'ora e mezza si risolve in una spiegazione da principe machiavellico.


“La nostra inconfessabile contraddizione è perpetuare il male per garantire il bene”. E ancora: “La verità no, è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo per una cosa giusta. Abbiamo un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”.


. negativo su tutta la linea, secondo me. ecco. storicamente e politicamente fuorviante.

postato da: pelotta alle ore 10/06/2008 11:50 | link | commenti (1)
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09/06/2008

come di fiele.

javier mariàs su La Repubblica di oggi:


domanda: dove individua i sintomi e le ragioni della decadenza?


risposta: in Italia è stata ormai chiaramente abbattuta la frontiera tra ciò che si può dire o non dire in pubblico. Il linguaggio da bar, quello che io preferisco chiamare  'linguaggio da caverna', si è trasferito in politica. è una forma superiore di demagogia, perchè non si tratta solo di dire alla gente ciò che vuole sentire: il fatto che i politici adottino in pubblico il linguaggio crudo e brutale che dovrebbe essere confinato nel privato, gli dà legittimità. e ricompare nella bocca dei cittadini, ma con una veemenza molto superiore. il pericolo è innegabile, perchè può sempre accadere che ciò che si è detto si decida di metterlo in pratica, che si passi dalle parole ai fatti.


 


javier mariàs è stato una delle mie passioni letterarie degli ultimi anni. scrittore madrileno, appassionato di linguistica, intriso di suggestioni anglosassoni, rappresenta attraverso una scrittura virtuosa ed evocativa, la sintesi tra due anime solo in apparenza così distanti, il calore mediterraneo e la cultura shakespeariana. c'è il bardo ovunque, con le sue ossessioni e la sua visione dei peccati e delle colpe. mariàs non è solo un ottimo scrittore, è anche un cittadino che sa indignarsi, e sa indignarsi, io credo, perchè sa vedere e de-scrivere, i limiti di ciò che ha intorno. insomma, fa, con le parole, ciò che un vero intellettuale dovrebbe fare. stamattina, intervstato su La Repubblica riflette sulla società(la nostra) partendo dal linguaggio. è questa la pratica dei regimi, si è detto e ridetto, sdoganare ciò che in un indistinto 'prima' non era nemmeno pensabile.


è questa credo, la nuova e sottile conquista del paese tinto di nero, dare legittimità e più ancora orgoglio alle chiacchiere pecorecce da bar, e poco importa se questo viene declinato attraverso il reggicalze della brambilla o le foto erotiche della carfagna, o le proposte sulla naja estiva di larussa, o attraverso fiore che viene invitato alle università a parlare di foibe. poco importa come si declina questo sdoganamento. il risultato è che si arginano le indagini con il divieto di intercettazioni e nessuno si indigna ( veltroni, sob!), il petrolio va alle stelle e il vertice della fao fallisce come una misera pantomima a cuinon credono neppure gli ignavi partecipanti, muoiono immigrati in mare, li vediamo, li vediamo MORTI a testa in giù, affogati, e continuiamo a sbandierare il fantasma della sicurezza. la sicurezza.


ma tanto, stasera iniziano gli europei per la fragorosa e impavida italia, e il paese si annebbierà come due anni fa, per quei mondiali come vinti ad hoc, per dimenticare calciopoli, per non vedere.


questo è il paese della reiterata e forzosa cecità. come dire? meno male che stasera c'è l'inno nazionale, ci emozioneremo tutti, e cosa importa se ieri è nato federico, che bello, e se nasce in un paese da incubo.


forza italia, no?

postato da: pelotta alle ore 09/06/2008 12:22 | link | commenti (1)
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05/06/2008

francesca, lei deve imparare a dosarsi. also sprach il mio analista.

mi si incaglia il respiro nel tuo viso,


asma del mio dormiveglia.


che io respiri finalmente sveglia!


(Patrizia Cavalli)



ieri si può definire una giornata ciclotimica. mi sveglia l'energia dei giorni passati, poi il cielo si incupisce. e anche'io. rido nevroticamente per ore, il mio 'sarcasmo'  blu vince sulla lucidità, tentando vanamente di sistituirla. passeggio con un'amica, poi passeggio ancora, più nevroticamente. salgo in macchina per andare dall'analista e dopo 4 giorni, finalmente, io, piango. ascolto il cd di nina simone, sinner man, e piango copiosamente, singhiozzo, mangio il salato di me che si snoda. non ho voglia di andare dall'analista, non so che dire. o forse non voglio dire. la verità. è che io ho paura.


parlo, parlo e riparlo e parlo ancora. e lui mi dice: devi imparare a dosarti. abbasso gli occhi, non so che dire. o meglio. è vero.


coprimi grandemente


scioglimi


e in me resta.


e poi fammi restare


lenta chiusa


dentro la tua  festa.


(Patrizia Cavalli)


 


racconto e poi ancora. e come spesso accade, a volte parlando senza filtri ti ritrovi a dire con voce vibrante qualcosa che non t'eri ammessa, o meglio non t'eri ammessa con la forza attiva della verità. sa, dottore, io forse per la prima volta in vita mia, preferisco non fare che sbagliare. per la prima volta in vita mia faccio un passo indietro piuttosto che camminare sulle uova. perchè, dottore, io i suoi spazi non li ho rispettati mai. il turno, paradossalmente è questo. proprio questo, non una settimana fa. no, ora. e ripeto e ripeto: io prima non rispettavo i suoi spazi. ora si.


esco turbata. come solo la verità palesata e semplice può turbare.


che fare?


recuperare il linguaggio dice lui, e io sorrido. lui non sa che il linguaggio, i suoi limiti e le sue suggestioni sono le mie ossessioni da sempre. non lo sa, così quando mi guarda e dice, francesca non è l'intimità che devi recuperare ma il linguaggio. la vostra lingua, l'intraducibile: uno sguardo, un sorriso, una carezza.


allora non può, che venirmi in mente lei di nuovo "non si parlavano in fondo che per traduzione".


recuperare il linguaggio.


fuori di me in amore, pura di me stessa,


necessità veloce, è questa la salvezza.


(Patrizia Cavalli)

postato da: pelotta alle ore 05/06/2008 11:23 | link | commenti
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04/06/2008

eppur si muove.

coppola tenta il suicidio per l'ennesima volta e per l'ennesima volta sopravvive. obama è il candidato democratico. il nano continua a raccontare barzellette anche al vertice della fao. gli zingari sinti sono attaccati da uno squadrone leghista. 


ieri ho visto Il Divo. non mi è piaciuto. l'ho trovato un film indisponente e falsamente grottesco. l'ignavia dell'autore nasconde non tanto e non solo il timore di esporsi, quanto una vera e propria posizione non-posizione, cioè: non giudico, ma sottilmente assolvo, sebbene abbia giustapposto l'immagine di andreotti ad ogni strage dal 1978 a capaci.  non ho ancora elaborato razionalmente la mia idea, devo metabolizzare ancora un po'.. (Il Divo... to be continued)


eppur si muove, direbbe galileo. ecco, eppur si muove. il sole scivola e si muove.


bello è: riscoprirsi senza fretta, emozionarsi per le sfumaure, riconoscere un sorriso che credevi perduto, mangiare, salutarsi, non avere preoccupazioni, non avere pressioni, non fare pressioni. poi svegliarsi e ridere.

postato da: pelotta alle ore 04/06/2008 11:02 | link | commenti
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03/06/2008

once.

once. sono scissa, mi scinderò.


quando parla la cinefila cagacazzi:


once è un film ambiziosetto. a metà tra un dogma e un musical (senza ballo), è una sorta di long playing animato, dove la declinazione dell'emozione musicale ( chitarra e pianoforte, suonati naturalisticamente da due veri musicisti prestati alla recitazione) è parte dominante, topos perfetto di un tema in continuo movimento, il passato che ritorna, la perdita, la ricerca del rimosso. il regista ci presenta due personaggi 'atomici' di cui non sapremo mai il nome, vivono di passato e di musica e attraverso essa comunicano, spesso senza essere totalmente sinceri.  carney, il giovane regista irlandese, unisce la dimensione onirica ed escpica, tipica dei canoni stilistici del musical alla crudezza del registro documentarista. gira con due digitali, senza luci addizionali, in pieno stile scandinav-dogmiano. ma per la prima ora, la macchina si muove furiosamente alternando pianisequenza (secondo me ) pleonastici e mal realizzati e campi e controcampi. il soggetto praticamente è demandato alle canzoni, ed è in questo che consiste la vera innovazione del film. declinare non un soggetto ma un tema: la perdita, la ricerca di se stessi e del peduto(in questo caso chi si ama) attraverso uno scambio simbolico di gesti e musica che diventano i veri protagonisti del film. ma la musica è troppa, troppo enfatica, troppo ridondante. il troppo svilisce l'intenzione impressionistica che se domata, avrebbe detto qualcosa di nuovo al cinema indipendente. e poi, drammaticamente, il finale. volemose bene. e no, c'è stato un momento perfetto, che è il mio, in cui avrei terminato il film. sarebbe stato un finale aperto e ansioso, forse, ma in quel buoio all'aereoporto, si sarebbe giocato il coraggio di una vera scelta.


 


quando parla un' innamorata che vive tutto come un transfert:


solo questo, perchè lo diceva de andrè: ....pensavo è bello che dove finiscono le mia dita debba in qualche modo incominciare una chitarra....


ah, le lacrime al cinema no, francesca, no.


postato da: pelotta alle ore 03/06/2008 12:31 | link | commenti (3)
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